Franca Rame: "fantocci riempiti di vuoto". + 13 febbraio 2011 e opuscolo.

 

1.     Mi vergogno di chi non si vergogna - L'intervento di Franca Rame ...

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www.youtube.com/watch?v=4jPJUH3iS9k

13/feb/2011 - Caricato da Claudia De Luca

Milano - Manifestazione "Se non ora quando" - 13 febbraio 2011... Alert icon. You need Adobe Flash ...

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13 febbraio 2011

 

Mi vergogno di chi non si vergogna di questa Italia...

 

Nella testa ho due voci, due musiche, due biglietti nel portafoglio: “mi vergogno” e “a testa alta”. Li leggo quasi sempre di seguito, li leggo ogni giorno. Mi vergogno di non riuscire a leggere i giornali; mi sforzo, ma non ci riesco più – be’, non tutti: qualcuno ovviamente lo leggo. Non riesco più a guardare la televisione, ma di questo non mi vergogno: mi vergogno dello schifo che mi fa questa politica; mi vergogno del Capo, mi vergogno dei servi, mi vergogno delle menzogne sulle facce, nelle voci; mi vergogno quando li vedo, mi vergogno quando li sento parlare, mi vergogno di non riuscire a pensare al mio paese senza vergogna.

Mi vergogno di non riuscire a chiamarlo “mio”, questo paese. Mi vergogno di un paese senza testa. Mi vergogno di capire quello che sta succedendo e di accettare la mia impotenza senza urlare di rabbia e di sdegno. Mi vergogno di svegliarmi ogni mattina sperando sia successo qualcosa. Che novità ci sono? Nulla. Si nuota con un po’ più di affanno nella solita melma.


Mi vergogno a casa, mi vergogno all’estero. Mi vergogno di chi non si vergogna. Mi vergogno di non vergognarmi abbastanza.  Mi vergogno per quelle che allegramente si tolgono le mutande intascando la busta pesante. Che vergogna- che vergogna! Mi vergogno per i giovani senza lavoro disoccupati, precari i cassintegrati, i disoccupati, i disperati,  chi immigrati e le donne sfruttate offese umiliate adoperate, le donne in cima a tutto.

Basta, su la testa! Uomini, Donne: difendiamo la nostra dignità. Un popolo che non ha dignità è un popolo privo di tutto – della conoscenza, dell’orgoglio, della soliderietà – ed è giustamente degno di trovarsi governato da fantocci riempiti di vuoto.

(Giuseppe Cederna, “Mi vergogno a testa alta”, messaggio letto da Franca Rame il 13 febbraio 2011 alla manifestazione “Se non ora, quando?” in difesa della dignità femminile, che ha radunato un milione di manifestanti nelle piazze di tutta Italia)

Fonte:

 

Pubblicato da krommino75

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CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA      

1.                               G IANCARLO LANDONIO

VIA STOPPANI,15 -21052 BUSTO ARSIZIO –VA-

(Quart. Sant’Anna dietro la piazza principale)

e-mail:      circ.pro.g.landonio@tiscali.it   

 

-------------------------------------Archivio giorn. murali diffusi e affissi in prov. di Varese.

SUPPLEMENTO giorn. murale del 16/2/2011 (Formato PDF)

Sulla manifestazione femminile del 13 febbraio. Se il sesso del potere è squallore quello di chi non lo combatte non è migliore. Liberare la sessualità dalla famiglia e dalla nazione e svilupparla con la lotta rivoluzionaria e l'internazionalizzazione. Per la parità effettiva tra i sessi.

Con lo slogan incolore "se non ora, quando" è stata indetta per il 13 febbraio, da vari circoli femminili liberal-democratici (appoggiati dalle correnti femministe più moderate), una presenza in piazza di donne (aperta anche agli uomini) in tutta Italia e non solo. La manifestazione è stata indetta a difesa della "dignità delle donne" e per un "Paese che rispetti le donne, tutte" con l'obbiettivo esplicito di condannare l'uso politico del sesso da parte del governo Berlusconi e la pratica personale del medesimo di abusare con denaro di minorenni. Il 13 febbraio su 230 piazze italiane e 30 estere si è presentata una massa enorme di donne, che non si era mai vista in precedenza, di un milione e più; ed inaspettata dalle promotrici. Diamo qualche dato: 100.000 a Roma; 80.000 a Torino; 60.000 a Milano; 20.000 a Firenze; 15.000 a Napoli. Nelle varie piazze spiccava il tricolore; e si notavano cartelli bigotti o che fanno venire i brividi tipo quello riportante "la vostra eroina è Ruby, la nostra Ilda", cioè il procuratore della repubblica aggiunto di Milano. Nei palchi allestiti hanno preso la parola le diverse promotrici o sostenitrici che si sono spese nell'esaltazione del familismo della sessuofobia e del patriottismo. A Roma: Francesca Izzo dell'università di Napoli, Giulia Bongiorno del gruppo di Fini, suora Eugenia Bonetti; e tante altre donne borghesi. A Milano: Iaja Caputo, Flavia Perina e diverse altre anch'esse donne borghesi. La Perina in particolare ha lamentato che le "quote rosa" vengono rimpiazzate dalle "quote erotiche" e che la valorizzazione politica delle donne dipenda dal mercato del sesso. Da Londra il Financial Times scrive che si tratta della più grossa protesta contro Berlusconi.

La manifestazione merita un distinto apprezzamento quanto ai motivi ispiratori e quanto all'afflusso di partecipanti. I motivi ispiratori della manifestazione, vale a dire l'identificazione della donna nel ruolo di sposa e madre della dignità con la nazione del sesso col moralismo, vanno tutti respinti come reazionari: familistici, patriottardi, sessuofobici. Innanzitutto a queste donne bene inserite non passa neanche per l'anticamera del cervello che la cosa immediata da fare, perché si possa parlare di difesa della "dignità" e della "libertà" della donna, è quella di contrastare e ribaltare la disoccupazione e la schiavizzazione del lavoro femminile che rigenerano la signoria maschile sul corpo femminile. Altrimenti non c'è niente che possa avere senso liberatorio. In secondo luogo esse fanno finta di non vedere che lo smantellamento e le privatizzazioni dei servizi socialispingono sempre di più la massa delle donne in ruoli domestici e di supplenza senza fine. In terzo luogo le ispiratrici di questi motivi parlano del sesso in senso castigante come se le donne dovessero fare da "custodi alle mutande". E mistificano il fatto che il sesso venale (postribolare) del sultano è una forma surrogata della perversione del desiderio e dell'impotenza; e che il mercato politico del sesso è la sezione più alta e più ambita dello scambio sessuale (cui seguono il mercato di lusso, quello intermedio e quello dei poveri, tutti dominati indifferentemente dalla tasca) e l'espressione apicale della degenerazione del potere borghese. Quindi senza attaccare questo potere è come grattarsi l'ombelico.

Quanto all'enorme afflusso sulle piazze di donne di qualunque età l'evento non può farci che piacere. E ciò perché il grosso delle donne non ha risposto, secondo il nostro punto di vista, ai motivi bigotti delle promotrici, ma ha colto l'occasione per esprimere il disprezzo e l'insofferenza sociali accumulato contro il sistema di potere berlusconiano e padronal-statale. La massa delle donne non ne può più, non delle "quote erotiche" o della"politica sesso" che fa comunque schifo, bensì della politica economica e sociale di immiserimento di parassitarismo di supercontrollo e sanzionismo polizieschi. Per la gran massa delle donne lo slogan generico "se non ora, quando" può avere significato solo se si spazza via la cricca berlusconiana e l'intero sistema statale capitalistico. Quindi gira e rigira si ritorna sempre alle questioni di classe e di potere unico terreno sul quale i grossi problemi, di vita sviluppo sesso ecc., possono trovare soluzione.

Milano febbraio 2011

CONTRO IL SESSO MERCATO PER L'AMORE TRA I SESSI - 9 febbraio 2003 OPUSCOLO di 39 pagine

(INDICE: PARTE I: IL MERCATO DEL SESSO 3 - Cap. 1: Schedatura delle prostitute e riapertura delle case di tolleranza smanie della «nuova maggioranza» 4 - Cap. 2: Nuovi consigli comunali reclamano la riapertura delle «case chiuse». Lo Stato vuole il «pizzo» dalle prostitute e l’umiliazione delle donne 5 - Cap. 3: Retate di prostitute e caccia ai clienti un gradino più alto della «follia sicuritaria» di laici e cattolici 6 - Cap. 4: Le prostitute come mucche da smungere 7 - Cap. 5: Il disegno di legge sulla riapertura delle «case chiuse» 9 - PARTE II: VIOLENZA SESSUALE E REPRESSIONE 11 - Cap. 6: La violenza maschile sulle donne ha la sua matrice nella divisione in classi della società 12 - Cap. 7: La sessualità non può essere regolata per legge 13 - Cap. 8: Il rogo del «campo nomade» di Scampia una reazione popolare insana 15 - Cap. 9: Il commercio carnale dell’infanzia affare lucroso dei giorni nostri. Omo ed eterosessuali a caccia di impuberi 17 - PARTE III: CONTRO LA CROCIATA FAMILISTICA DI STATO. PER IL PROTAGONISMO FEMMINILE 21 - Cap. 10: Retorica diplomatismo illusioni su una prossima scalata al potere delle donne 22 - Cap. 11: Per l’unione delle donne attive 23 - Cap. 12: Le donne attive e le giovani debbono unirsi in organismi stabili di lotta 24 - Cap. 13: Non schiave della competitività ma protagoniste rivoluzionarie 26 - Documenti: piattaforma politica al movimento femminile 28)

Edizione a cura di                                                                  

RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli, 3  - 20154 Milano - 
e-mail: rivoluzionec@libero.it 
http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/  

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I Carabinieri ci dissero: stuprate Franca Rame. La testimonianza

Venerdì, 13 maggio 2013

Nel 1988 Biagio Pitarresi, fascista di una certa notorietà, racconta che l'ordine di stuprare Franca Rame arrivò dai carabinieri. Bisognava "punire" quella donna che andava a ficcare il naso dappertutto, anche nelle carceri e nella strage di stato. 

La sera del 9 marzo del 1973 Franca Rame attivista politica della sinistra radicale e femminista, oltre che attrice viene rapita da una banda di esponenti dell'estrema destra. Venne affiancata da un furgone con 5 uomini a bordo, e costretta a salire. La violentarono a turno, gridandole Muoviti puttana, devi farmi godere, spegnendole le sigarette sui seni e tagliandole la pelle con delle lamette. Subì violenza fisica e sessuale, ma il reato cadde in prescrizione 25 anni dopo. Ebbene, rovistando tra gli articoli dell'epoca se ne trova uno molto interessante, del 1998, pubblicato sul quotidiano la Repubblica. Nel pezzo si rivela come furono alcuni ufficiali dell'arma dei Carabinieri a ordinare lo stupro di Franca Rame.

A rivelarlo furono, nel 1988, l'ex neofascista Angelo Izzo e l'altro esponente di spicco della destra eversiva milanese Biagio Pitarresi. La testimonianza è agli atti, venne confermata al giudice istruttore Guido Salvini ed occupa 2 delle 450 pagine della sentenza. Pitarresi si legge ha fatto il nome dei camerati stupratori: Angelo Angeli e, con lui, un certo Muller' e un certo Patrizio'. Neofascisti coinvolti in traffici d' armi, doppiogiochisti che agivano come agenti provocatori negli ambienti di sinistra e informavano i carabinieri, balordi in contatto con la mala. Fu proprio in quella terra di nessuno dove negli Anni 70 s' incontravano apparati dello Stato e terroristi che nacque la decisione di colpire la compagna di Dario Fo. Ha detto Pitarresi: L' azione contro Franca Rame fu ispirata da alcuni carabinieri della Divisione Pastrengo. Angeli ed io eravamo da tempo in contatto col comando dell' Arma'.

L'affermazione di Pitarresi venne confermata dal giudice Salvini, che commentò:  Il probabile coinvolgimento come suggeritori di alcuni ufficiali della divisione Pastrengo non deve stupire… il comando della Pastrengo era stato pesantemente coinvolto, negli Anni 70, in attività di collusione con strutture eversive e di depistaggio delle indagini in corso, quali la copertura di traffici d'armi, la soppressione di fonti informative che avrebbero potuto portare a scoprire le responsabilità nelle stragi dei neofascisti Freda e Ventura.

All'epoca Izzo era in carcere per l'omicidio del Circeo e i suoi racconti sul coinvolgimento dei carabinieri non venne considerato sufficientemente attendibile. Poi, durante le indagini sulla strage della stazione di Bologna gli inquirenti si imbatterono in un appunto dell' ex dirigente dei Servizi Gianadelio Maletti: riferiva di una violenta discussione tra due generali Giovanni Battista Palumbo (un iscritto alla loggia P2 che poi sarebbe andato a comandare proprio la Pastrengo) e Vito Miceli (futuro capo del servizio segreto). Palumbo, durante l'alterco, aveva rinfacciato a Miceli l'azione contro Franca Rame. Insomma, l'ordine di violentare Franca Rame sarebbe arrivato da molto in alto.

A confermarlo, in un'intervista a La Nostra Storia del 13 febbraio 1998, fu l'ex generale dei carabinieri  Nicolò Bozzo, che disse che in occasione del sequestro e stupro di Franca Rame ci fu una volontà molto superiore a quella del generale Palumbo. Bozzo concluse:  A parte le sue convinzioni politiche io ricordo che Palumbo riceveva spesso telefonate dal ministero, dal ministro. So che parlava con il ministro della Difesa e degli Interni. E' norma proseguì l'ufficiale nel suo intervento che un ministro della Difesa chiami un comandante di divisione. Ma secondo me un crimine del genere non nasce a livello locale. E' vero che alla notizia dello stupro ci furono manifestazioni di contentezza nella caserma.

tratto da http://www.fanpage.it/

30 maggio 2013

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Utili anche due articoli da Repubblica, dell'epoca.

"I carabinieri ci dissero: stuprate Franca Rame". E il giudice accusa cinque neofascisti

di GIOVANNI MARIA BELLU


ROMA - Furono alcuni ufficiali dei carabinieri a ordinare lo stupro di Franca Rame. L'aveva detto dieci anni fa l'ex neofascista Angelo Izzo, l'ha confermato al giudice istruttore Guido Salvini un esponente di spicco della destra milanese, Biagio Pitarresi. Il suo racconto occupa due delle 450 pagine della sentenza di rinvio a giudizio sull'eversione nera degli Anni 70.

La sentenza è stata depositata pochi giorni fa, il 3 di questo mese. Lo stupro avvenne il 9 marzo del 1973, venticinque anni orsono. Un tempo che fa scattare la prescrizione e che garantisce l'impunità alle persone chiamate in causa.

Pitarresi ha fatto il nome dei camerati stupratori: Angelo Angeli e, con lui, "un certo Muller" e "un certo Patrizio". Neofascisti coinvolti in traffici d'armi, doppiogiochisti che agivano come agenti provocatori negli ambienti di sinistra e informavano i carabinieri, balordi in contatto con la mala. Fu proprio in quella terra di nessuno dove negli Anni 70 s'incontravano apparati dello Stato e terroristi che nacque la decisione di colpire la compagna di Dario Fo.

Ha detto Pitarresi: "L'azione contro Franca Rame fu ispirata da alcuni carabinieri della Divisione Pastrengo. Angeli ed io eravamo da tempo in contatto col comando dell'Arma". Commenta il giudice Guido Salvini nella sua sentenza di rinvio a giudizio: "Il probabile coinvolgimento come suggeritori di alcuni ufficiali della divisione Pastrengo non deve stupire... il comando della Pastrengo era stato pesantemente coinvolto, negli Anni 70, in attività di collusione con strutture eversive e di depistaggio delle indagini in corso, quali la copertura di traffici d'armi, la soppressione di fonti informative che avrebbero potuto portare a scoprire le responsabilità nelle stragi dei neofascisti Freda e Ventura".

Quando, nel 1987, Angelo Izzo parlò per la prima volta di un coinvolgimento dei carabinieri nell'aggressione a Franca Rame, molti non ci credettero: la storia sembrava assurda, e Izzo era considerato, in generale, un personaggio poco attendibile, uno psicopatico sadico: era in carcere per lo stupro-omicidio del Circeo, una delle vicende più atroci della cronaca nera degli Anni 70. 

Poi i sospetti si erano rafforzati, ma senza determinare l'avvio di una apposita indagine, durante l'inchiesta sulla strage di Bologna quando era stato trovato un appunto dell'ex dirigente dei Servizi Gianadelio Maletti. Raccontava di un violento alterco tra due generali: Giovanni Battista Palumbo (un iscritto alla loggia P2 che poi sarebbe andato a comandare proprio la "Pastrengo") e Vito Miceli (futuro capo del servizio segreto). Il primo, si leggeva nella nota di Maletti, durante la lite aveva rinfacciato al secondo "l'azione contro Franca Rame". 

Era stata una delle più spregevoli, tra le tante ignobili, commesse dai neofascisti negli Anni 70. La sera del 9 marzo del 1973, nella via Nirone, a Milano, Franca Rame era stata affiancata da un furgone. C'erano cinque uomini che l'avevano obbligata a salire. La violentarono a turno. Gridavano: "Muoviti puttana, devi farmi godere". Le spegnevano sigarette sui seni, le tagliavano la pelle con delle lamette. Una sequenza allucinante, che la Rame avrebbe inserito in un suo spettacolo, "Tutta casa, letto e chiesa". 
Fu subito chiaro che la violenza contro la compagna di Dario Fo veniva dagli ambienti neofascisti. E infatti, come in quasi tutti i crimini compiuti in quegli anni dai neofascisti, i responsabili non furono scoperti".

(La Repubblica 10 febbraio 1998)

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E il generale gioì per lo stupro. "Avete violentato Franca Rame? Era ora..."

di LUCA FAZZO

MILANO - "La notizia dello stupro della Rame in caserma fu accolta con euforia, il comandante era festante come se avesse fatto una bella operazione di servizio. Anzi, di più...". Sono passati venticinque anni, ma l' uomo è di quelli che hanno la memoria buona. Nicolò Bozzo oggi è un generale dei carabinieri che si gode la pensione nella sua Genova, dopo una carriera ad altissimo livello: soprattutto nella fase più lunga e più dura, quella al fianco di Carlo Alberto Dalla Chiesa nella lotta al terrorismo. Ma quel 9 marzo 1973 il giovane Bozzo era un capitano in servizio a Milano, all'Ufficio Operazioni del comando della Divisione Pastrengo, il reparto più importante dell'Arma nell'Italia del nord-ovest. Quel giorno l'attrice Franca Rame - moglie di Dario Fo, una delle voci più in vista della "nuova sinistra" - venne sequestrata e stuprata da un gruppo di neofascisti. Dai verbali dell'inchiesta su quegli anni condotta dal giudice Salvini, ora si scopre che la banda degli stupratori aveva agito - secondo un testimone - su indicazioni di "alcuni carabinieri della divisione Pastrengo". Ma i ricordi di Bozzo rendono quel che sta venendo a galla ancora più sconvolgente.

Generale, lei quel giorno era lì, al comando della Pastrengo. Cosa ricorda? 

"Io lavoravo all'ufficio operazioni, al piano inferiore. Ma quando il mio superiore era in licenza salivo di sopra, dove c'erano lo stato maggiore e il comando di divisione. Quello era uno di quei giorni. Arrivò la notizia del sequestro e dello stupro di Franca Rame. Per me fu un colpo, lo vissi come una sconfitta della giustizia. Ma tra i miei superiori ci fu chi reagì in modo esattamente opposto. Era tutto contento. "Era ora", diceva". 

Può fare il nome di quell'ufficiale? 

"Certo. Era il più alto in grado: il comandante della "Pastrengo", il generale Giovanni Battista Palumbo". 

Lei racconta un fatto di una gravità eccezionale. Perché lo fa ora, dopo venticinque anni? 

"Perché allora io vissi quella reazione di Palumbo solo come una manifestazione di cattivo gusto. Credevo che il generale fosse piacevolmente sorpreso della notizia, nulla di più. D'altronde Palumbo era un personaggio particolare, era stato nella Repubblica Sociale, poi era passato con i partigiani appena prima della Liberazione. Non faceva mistero delle sue idee di destra. E alla "Pastrengo", sotto il suo comando, circolavano personaggi dell'estrema destra, erano di casa quelli della "maggioranza silenziosa" come l'avvocato Degli Occhi". 

Poi il nome di Palumbo saltò fuori negli elenchi della P2. 

"Lui, e altri due ufficiali importanti dell'Arma a Milano. E io il 24 aprile 1981 mi presentai dai giudici Colombo e Turone per raccontare cosa avevo capito dei disegni di quella gente. Una testimonianza che ho pagato con procedimenti disciplinari, trasferimenti, ritardi nella carriera. Ma del fatto di Franca Rame ai giudici non parlai, perché mai avrei pensato che fosse qualcosa di più di una manifestazione di gioia, del tutto in linea con il modo di pensare del mio comandante. Ma ieri ho letto quello che ha scoperto il giudice Salvini, ed è stato un po' come se tutto andasse a posto". 

È possibile che a Milano l' Arma fosse comandata da gente simile, e a Roma i vertici non sapessero nulla? 

"Il comandante generale era il generale Mino. Basta leggere la relazione di maggioranza della commissione d'inchiesta sulla P2 per capire perché non si accorgesse di nulla. Lui non era negli elenchi, ma la commissione lo dava come organico".

(La Repubblica 11 febbraio 1998)